Anedonia

Nel suo studio sulla forma che il masochismo assume nell’uomo moderno, Theodor Reik avanza un’ipotesi interessante. Il masochismo è più diffuso di quanto non ci rendiamo conto perché assume una forma attenuata. La dinamica fondamentale è la seguente: un essere umano vede qualcosa di brutto che sta giungendo inevitabilmente. Non ha alcun potere di impedirlo; è impotente. Questo senso di impotenza genera la necessità di assumere un certo controllo sul dolore incombente… qualsiasi genere di controllo va bene. Questo ha un senso; la sensazione soggettiva di impotenza è più dolorosa dell’incombente infelicità. Così la persona afferra il controllo della situazione nell’unico modo che le resta: collabora nel tirarsi addosso l’infelicità incombente; l’affretta. Questa attività fornisce la falsa impressione che goda del dolore. Non è così. È solo che non può più sopportare il senso di impotenza, o di supposta impotenza. Ma nel processo di assumere il controllo dell’inevitabile infelicità, diventa automaticamente anedonico (ossia incapace o restio a godere del piacere). L’anedonia si insinua di nascosto. Con gli anni, assume il controllo dell’individuo. Questi, per esempio, impara il differire la gratificazione; è il primo passo lungo il triste processo dell’anedonia. Nell’imparare a differire la gratificazione, sperimenta una sensazione di autocontrollo; è diventato stoico, disciplinato; non cede agli impulsi. Ha il “controllo”. Controllo sui suoi impulsi e controllo sulla situazione esterna. È una persona controllata e che controlla. Ben presto, allarga la sua sfera, e controlla altre persone, come parte della situazione. Diventa un manipolatore. Naturalmente non è consapevole di questo; tutto quello che vuol fare è attenuare il suo senso di impotenza. Ma nel corso di questa operazione, insidiosamente sopraffà la libertà altrui. Tuttavia non ricava alcun piacere da questo, nessun guadagno psicologico; tutto quello che ottiene è essenzialmente negativo.

Valis – P. K. Dick

Limerence

«Dimmi una cosa, dottore, in psicologia esiste un termine per indicare il mal d’amore, vero? L’ho letto non mi ricordo dove. Comincia con la elle. Lima… Lema…»
«Ti riferisci a limerence?»
«Esatto, limerence. In che cosa consiste?»
«Ecco» Jan si strinse nelle spalle, «in poche parole conosci qualcuno che corrisponde per molti fattori al tuo ideale di partner e il tuo corpo comincia a produrre ormoni. Dopamina, serotonina, ossitocina e altri che ti danno l’impressione di camminare sulle nuvole. La tua capacità percettiva si restringe e tutto ciò che conta è solo la persona di cui ti sei innamorato. Ti sembra di essere sotto
l’effetto di stupefacenti.»
«Sì, credo che siano proprio questi i sintomi» confermò Rudi con uno sguardo trasognato. «Il mio unico timore è che possa diminuire.»
«Deve diminuire» gli confermò Jan. «Altrimenti non resisteresti a lungo. Ma, se lei è davvero quella giusta, subentrerà un sentimento più maturo. Possiamo chiamarlo ‘vero amore’, per quanto questa definizione possa sembrare antiquata e kitsch.»
Rudi scoppiò di nuovo a ridere. «Perché kitsch? Io la trovo meravigliosa!»
Jan sorrise. «In ogni caso, ti auguro davvero tanta fortuna laggiù. A presto, amico.»
Rudi gli fece l’occhiolino. Era ancora un tipo prestante, malgrado la postura un po’ incurvata, la chioma candida e le rughe sul viso; ma, sentendo la sua risata argentina, Jan ebbe l’impressione di trovarsi di fronte un ragazzo che aveva invitato al ballo di fine anno la reginetta di bellezza.
Rudi fece qualche passo, ma giunto al cancello del giardino si voltò ancora una volta.
«Dimmi, Jan, che cosa succederebbe se non dovesse mai smettere? Che cosa succederebbe se l’innamoramento, questa limerence, durasse per sempre, invece di trasformarsi in qualcosa di più ragionevole?»
«Vuoi saperlo per davvero?»
«Te lo chiedo apposta.»
Jan si girò un dito vicino alla tempia. «Allora impazziresti.»

Follia Profonda – Wulf Dorn

Il mio cuore cattivo

“In ognuno di noi c’è qualcosa di malvagio, di cattivo, di perverso”, ho detto. “È la parte di noi alla quale dobbiamo stare sempre molto attenti, ma che qualche volta è più forte di noi. Come è successo a te vicino al lago e a me con Kai. Allora c’è un modo solo per fronteggiare la malvagità che è in noi. Assumerci la responsabilità di ciò che abbiamo fatto. Se non lo facciamo, il senso di colpa ci perseguita e ci distrugge”

Il mio cuore cattivo – Wulf Dorn

Questa mia confessione non significa assolutamente nulla…

C’è soltanto qualcosa di illusorio, al mio posto, un’entità che è anche possibile toccare con mano, sennonché io non ci sono. Puoi pure sentire la mia carne a contatto con la tua, e credere che i nostri stili di vita siano comparabili, ma io semplicemente non ci sono. Per me, è diffìcile avere un senso, a qualsiasi livello. Io sono un’invenzione, un’aberrazione. Sono un essere umano incoerente. La mia personalità è appena abbozzata, informe; solo la mia crudeltà è persistente e alligna nel profondo. La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze, sono scomparse molto tempo fa (probabilmente ad Harvard), se mai sono esistite. Non esistono più frontiere da varcare. Sono ormai al di là di ogni cosa. Sono assolutamente indifferente al male che ho fatto. Non me ne importa niente di ciò che ho in comune con i pazzi e gli energumeni, con i viziosi e i maligni. Tuttavia mi tengo ancora saldo a una singola, squallida verità: nessuno è al sicuro, nessuno si salva, non c’è redenzione per nessuno. Comunque, non mi si può biasimare. Si presume che qualsiasi modello di comportamento umano abbia una sua validità. Il male sta in quello che sei? O in quello che fai? La mia pena è costante, acuta, e io non spero in un mondo migliore, per alcuno. Anzi, voglio che la mia pena sia inflitta anche ad altri. Ma anche dopo aver ammesso questo (e io l’ho ammesso innumerevoli volte, pressoché in ogni atto che ho commesso), anche dopo essermi trovato a faccia a faccia con queste verità, non avviene la catarsi. Non acquisto una conoscenza più profonda di me stesso. Nessuna nuova comprensione si ricava da ciò che racconto. Non avevo, non ho nessun motivo per raccontarvi tutto questo. Questa mia confessione non significa assolutamente nulla…

American Psycho – Bret Easton Ellis

Menti tormentate

Nel caso di allucinazioni di cui ci occuperemo  adesso, che sono essenzialmente un compulsivo ritorno a un’esperienza del passato, il quadro è del tutto diverso. A differenza dei flash back che si osservano nelle epilessie del lobo temporale – a volte toccanti ma fondamentalmente banali -, in questi casi ciò che riaffiora a tormentare la mente è il passato significativo, verso il quale si prova affetto o terrore: si tratta insomma di esperienze con una carica emotiva tale da lasciare un’impronta incancellabile sul cervello, forzandolo alla ripetizione.
[…]

Le persone con PTSD sono soggette anche a sogni o incubi ricorrenti, che spesso includono ripetizioni letterali, o in qualche modo mascherate, delle esperienze traumatiche.

 

Allucinazioni – Oliver Sacks

Il suo sogno

Mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter fuggire mai più. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quel vasto buio dietro la città, dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte.

Il Grande Gatsby — Francis Scott Fitzgerald

Le donne

Le donne hanno tanti strati emotivi che, ogni qualvolta se ne oltrepassa uno e si crede di essere arrivati in fondo, ci si ritrova in un’atmosfera difficile a respirarsi, in una situazione del tutto nuova e sconcertante.

La città del diavolo — Kenneth Millar