Il mio cuore cattivo

“In ognuno di noi c’è qualcosa di malvagio, di cattivo, di perverso”, ho detto. “È la parte di noi alla quale dobbiamo stare sempre molto attenti, ma che qualche volta è più forte di noi. Come è successo a te vicino al lago e a me con Kai. Allora c’è un modo solo per fronteggiare la malvagità che è in noi. Assumerci la responsabilità di ciò che abbiamo fatto. Se non lo facciamo, il senso di colpa ci perseguita e ci distrugge”

Il mio cuore cattivo – Wulf Dorn

Questa mia confessione non significa assolutamente nulla…

C’è soltanto qualcosa di illusorio, al mio posto, un’entità che è anche possibile toccare con mano, sennonché io non ci sono. Puoi pure sentire la mia carne a contatto con la tua, e credere che i nostri stili di vita siano comparabili, ma io semplicemente non ci sono. Per me, è diffìcile avere un senso, a qualsiasi livello. Io sono un’invenzione, un’aberrazione. Sono un essere umano incoerente. La mia personalità è appena abbozzata, informe; solo la mia crudeltà è persistente e alligna nel profondo. La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze, sono scomparse molto tempo fa (probabilmente ad Harvard), se mai sono esistite. Non esistono più frontiere da varcare. Sono ormai al di là di ogni cosa. Sono assolutamente indifferente al male che ho fatto. Non me ne importa niente di ciò che ho in comune con i pazzi e gli energumeni, con i viziosi e i maligni. Tuttavia mi tengo ancora saldo a una singola, squallida verità: nessuno è al sicuro, nessuno si salva, non c’è redenzione per nessuno. Comunque, non mi si può biasimare. Si presume che qualsiasi modello di comportamento umano abbia una sua validità. Il male sta in quello che sei? O in quello che fai? La mia pena è costante, acuta, e io non spero in un mondo migliore, per alcuno. Anzi, voglio che la mia pena sia inflitta anche ad altri. Ma anche dopo aver ammesso questo (e io l’ho ammesso innumerevoli volte, pressoché in ogni atto che ho commesso), anche dopo essermi trovato a faccia a faccia con queste verità, non avviene la catarsi. Non acquisto una conoscenza più profonda di me stesso. Nessuna nuova comprensione si ricava da ciò che racconto. Non avevo, non ho nessun motivo per raccontarvi tutto questo. Questa mia confessione non significa assolutamente nulla…

American Psycho – Bret Easton Ellis

Menti tormentate

Nel caso di allucinazioni di cui ci occuperemo  adesso, che sono essenzialmente un compulsivo ritorno a un’esperienza del passato, il quadro è del tutto diverso. A differenza dei flash back che si osservano nelle epilessie del lobo temporale – a volte toccanti ma fondamentalmente banali -, in questi casi ciò che riaffiora a tormentare la mente è il passato significativo, verso il quale si prova affetto o terrore: si tratta insomma di esperienze con una carica emotiva tale da lasciare un’impronta incancellabile sul cervello, forzandolo alla ripetizione.
[...]

Le persone con PTSD sono soggette anche a sogni o incubi ricorrenti, che spesso includono ripetizioni letterali, o in qualche modo mascherate, delle esperienze traumatiche.

 

Allucinazioni – Oliver Sacks

Il suo sogno

Mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter fuggire mai più. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quel vasto buio dietro la città, dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte.

Il Grande Gatsby — Francis Scott Fitzgerald

Le donne

Le donne hanno tanti strati emotivi che, ogni qualvolta se ne oltrepassa uno e si crede di essere arrivati in fondo, ci si ritrova in un’atmosfera difficile a respirarsi, in una situazione del tutto nuova e sconcertante.

La città del diavolo — Kenneth Millar

I romanzi

Non che dai romanzi la mente tragga molto nutrimento. Il piacere che forse
essi offrono lo si paga a carissimo prezzo: essi finiscono
per guastare anche il carattere più solido. Ci s’abitua ad
immedesimarsi in chicchessia. Si prende gusto al continuo
mutare delle situazioni. Ci s’identifica con i personaggi che
piacciono di più. Si arriva a capire
qualunque atteggiamento. Ci si lascia
guidare docilmente verso le mete altrui e si perdono di vistale proprie. I romanzi sono dei
cunei che un autore con la penna in mano insinua nella
chiusa personalità dei suoi lettori.
Quanto più precisamente egli saprà calcolare la forza di
penetrazione del cuneo e la resistenza
che gli verrà opposta, tanto più ampia sarà la spaccatura che rimarrà nella
personalità del lettore.
I romanzi dovrebbero essere
proibiti dalla legge.

Auto da fé — Elias Canetti

Io non immagino nulla

«Io non immagino nulla. I miei riferimenti su quello che il diavolo ama o
disprezza sono esclusivamente letterari: Il Paradiso perduto, La Divina Commedia,
passando per Faust e I fratelli Karamazov…» fece un gesto ambiguo, evasivo. «Il mio
è un Lucifero di seconda mano.»
Ora lo contemplava con aria ironica.
«E quale preferisci? Quello di Dante?»
«Neanche a parlarne. È orribile. Troppo medievale per i miei gusti.»
«Mefistofele?»
«Nemmeno. È un tipo affettato. Con astuzie da azzeccagarbugli. Una specie di
avvocato imbroglione… E poi non mi fido mai di quelli che sorridono troppo.»
«E quello che appare nei Karamazov?»
Corso fece un’espressione come se sentisse odore di cavolo marcio.
«Meschino. Volgare come un impiegato con le unghie sporche.» Meditò qualche
istante. «… Penso di preferire l’angelo caduto di Milton.» La guardò con interesse. «È
quello che volevi farmi dire.»
Sorrideva, enigmatica. Teneva ancora i pollici infilati nelle tasche dei jeans che le
aderivano ai fianchi; non aveva mai visto nessuno che li portasse come lei. C’era
bisogno di quelle gambe lunghe, naturalmente: quelle di una ragazzina che fa
autostop sul ciglio della strada, con lo zaino abbandonato per terra e tutta la luce del
mondo nei suoi maledetti occhi verdi.
«Come te lo immagini, Lucifero?» chiese la ragazza.
«Non ne ho idea.» Il cacciatore di libri rifletté prima di concludere con una smorfia
di indifferenza. «… Taciturno e silenzioso, suppongo. Annoiato.» La smorfia divenne
acida. «Sul trono di un salone deserto; al centro di un regno freddo e desolato,
monotono, dove non succede mai nulla.»
Rimase a guardarlo, in silenzio.
«Mi sorprendi, Corso» disse alla fine. Sembrava ammirata.
«Non capisco perché. Chiunque può leggere Milton. Anch’io.»

Il club Dumas – Arturo Pérez-Reverte,